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Sono a metà tra la gestione attiva e passiva. Vanno bene per investitori pazienti. I prodotti smart sono fondi passivi che prendono posizioni attive. Essi mirano ad alzare il rendimento o ad abbassare il rischio utilizzando diversi fattori.

Entro la fine del 2015, ci saranno più di 60 Etf di questo tipo con almeno 10 anni di track record e 147 Etf con almeno cinque anni di storia. 

I primi prodotti "strategici" erano piuttosto semplici. Gli indici si allontanavano dalla sola capitalizzazione di mercato per introdurre fattori di tipo value o growth. Poi sono nati benchmark focalizzati su un solo paese o un solo settore, più tardi sono arrivate strategie più complesse basate sullo stacco dei dividendi o su alcuni parametri di bilancio. Oggi ci sono Etf che mescolano diverse caratteristiche. Alcuni dei fattori su cui si basano gli Strategic beta hanno sì tendenza a sovraperformare, ma su lunghi periodi di tempo, in alcuni casi, molto lunghi.

Gli Etf Strategic beta, in media, presentano un livello di commissioni in linea con l'industria Etf. Tuttavia, ci possono essere significative differenze di prezzo da fondo a fondo. 

 

Gli indici Rafi, fra i più usati nei prodotti Strategic beta, hanno costruito il loro successo guardando a ricavi, dividendi, flussi di cassa e patrimonio. I costituenti di questi indici non sono pesati in base alla capitalizzazione di mercato. Questo fa sì che essi non siano sbilanciati a favore dei titoli maggiormente sopravvalutati e che quindi siano meno sensibili agli andamenti delle Borse. L'approccio di Rafi prende in considerazione quattro variabili fondamentali: fatturato, flussi di cassa, dividendi e patrimonio netto. Questo conferisce maggior equilibrio all'indice e dà solidità ai suoi risultati. Se, ad esempio, il processo di selezione e ponderazione si fosse basato unicamente sui ricavi delle società, allora l'indice avrebbe sovrappesato le aziende di maggior dimensione ma, magari, più carenti sul profilo dei margini. Mentre, utilizzando unicamente i cash flow, si sarebbe realizzata una sovraesposizione ai settori ciclici. 

Variabili da considerare

Distinguere la crescita "organica" (quella a parità di capacità produttiva) da quella indotta da nuove acquisizioni. Nel primo caso significa che i prodotti e servizi offerti raccolgono il favore del mercato e che probabilmente la società sta aumentando la propria fetta di mercato. Crescere tramite operazioni di M&A, invece, comporta l'impiego di nuove risorse e quindi l'assorbimento di liquidità e/o l'assunzione di nuovo debito. Per quanto l'indebitamento non sia una cosa di per sé negativa, bisogna però guardare all'indice di redditività del capitale investito (Roi=Risultato operativo/Totale attivo), che esprime il rendimento dell'investimento effettuato nell'attività tipica dell'azienda, e confrontarlo con quello medio del settore. Se il risultato è positivo, vuol dire che le acquisizioni non hanno aumentato la complessità delle operazioni e non hanno introdotto inefficienze nella gestione. Se i crediti crescono più del fatturato  vuol dire che probabilmente l'azienda sfrutta lo strumento della dilazione del pagamento per attrarre la clientela. Questo non è di per sé un male, ma con il tempo potrebbe intaccare la liquidità di cassa.

L'utile d'esercizio misura la bontà della gestione aziendale. Se i ricavi sono sufficienti a coprire tutti i costi operativi, quelli finanziari e le tasse, allora vuol dire che il management ha fatto un buon lavoro. Stare molto attenti a come è stato prodotto questo risultato. Occhio quindi alla gestione straordinaria. La dismissione di asset potrebbe aver prodotto una plusvalenza, quindi un ricavo che non si ripeterà nel prossimo esercizio. Se questo risultato è determinante sull'utile d'esercizio significa che non ci sono le basi perché l'azienda si ripeta anche nel futuro. Attenzione anche alla gestione finanziaria. I rendimenti prodotti da investimenti finanziari potrebbero non essere frutto del caso, ma di una intelligente gestione degli asset a disposizione dell'azienda.Questa, però, è e deve rimanere un'attività marginaleE' necessario, poi, guardare all'utile operativo non solo in termini assoluti ma anche in relazione al fatturato (margine operativo= Utile operativo (Ebit)/Totale ricavi). Se il margine operativo aumenta più che proporzionalmente all'aumentare dei ricavi, significa che l'azienda ha una struttura produttiva rigida in cui c'è un'alta incidenza dei costi fissi. Questo è un vantaggio nelle fasi di forte crescita, ma può essere un problema nel caso in cui il mercato registri una flessione. 

Un'altra variabile da osservare è il dividendo, cioè la parte di utili redistribuita agli azionisti. Una società con solidi fondamentali, con un bilancio in salute e attiva in un business difensivo, ad esempio, sarebbe in grado di garantire un pay-out (quota di utili distribuiti agli azionisti) del 100%. Al contrario, un'azienda più esposta al ciclo economico, molto indebitata e in svantaggio rispetto ai leader del settore potrà probabilmente distribuire una percentuale tra il 30% e il 40%. Una politica di dividendo disciplinata è di solito garanzia anche per il futuro. Il management, infatti, è restio a tagliare la cedola perché sa che così facendo tradisce le aspettative degli azionisti. 

In molti casi gli investitori tengono in portafoglio dei titoli solo per la prospettiva di intascare un rendimento sicuro. Ridurre il dividendo, quindi, potrebbe significare dare il via libera al sell-off del titolo.